Relazioni dinamiche nell’isola-carcere della Gorgona – dott. Marco Verdone

Possiamo essere liberi solo se tutti lo sono. (Hegel)

Riassunto

Gorgona è un’isola-carcere dal 1869 che ha sempre prestato attenzione alle attività agricole e zootecniche. Vengono allevati quasi tutti gli animali da reddito e dal 1993 è stata introdotta la medicina omeopatica. In una realtà complessa come un carcere dove si lavora con i beni primari la gestione e la cura degli animali assume caratteristiche particolari e a volte imprevedibili. La medicina omeopatica si è dimostrata una metodica consona alle difficili relazioni che inevitabilmente si vengono a creare. Lo Stato si prende cura dei detenuti e i detenuti a loro volta si prendono cura degli animali utilizzando l’omeopatia e sperimentando in prima persona la cura dei simili.

Il dinamismo della vita

Su questa piccola sfera che ruota nello spazio e che noi chiamiamo Pianeta Terra, un numero incalcolabile di esseri sperimenta ogni giorno quella straordinaria condizione che definiamo Vita. Una fittissima e complicata rete di rapporti garantisce scambi, equilibrio, salute, malattia, nascita e morte.

La vita è relazione e le relazioni sono sempre dinamiche e variabili, altrimenti non ci sarebbe la possibilità di passare da stati di salute a stati di malattia e viceversa.

Sebbene le relazioni siano in buona parte conoscibili, prevedibili e anche influenzabili, “cosa sia la vita, nella sua vera natura – come ci dice anche Hahnemann1 –  non potrà mai essere accertato o individuato dai mortali”. “Per spiegare la vita umana – continua il Maestro – come pura la sua duplice condizione, cioè la salute e la malattia, sono del tutto inapplicabili i principi con i quali spieghiamo altri fenomeni”.
Allora non ci resta che avvicinarci alla vita per approssimazione e trovare metafore, somiglianze e relazioni. Ecco per esempio quello che pensa H. Bergson in “L’evoluzione creatrice”5

 

È necessario comparare la vita ad uno slancio, perché nessun’altra immagine, tratta dal mondo fisico, vale a esprimerne con altrettanta approssimazione l’essenza. Se, nel suo contatto con la materia, la vita è paragonabile a un impulso o a uno slancio, considerata in se stessa, essa è un’immensità di virtualità, un compenetrarsi reciproco di migliaia di tendenze: le quali, tuttavia, saranno ” migliaia ” solo quando verranno rese esteriori le une alle altre, ossia spazializzate.

Poiché la vita è fondata sulle relazioni e le relazioni sono dinamiche, ne consegue che la vita stessa è dinamica e che quindi, per tale motivo, richiede un approccio dinamico.

A maggior ragione, nel complesso rapporto tra i due aspetti polari della vita, salute e malattia, il medico è chiamato a intervenire in un contesto dinamico. Per questo motivo Hahnemann, nel § 186 dell’Organon1 parla dell’intervento del medico dinamico che contribuisce a portare a compimento l’opera di guarigione. In diversi punti dei suoi scritti, inoltre, ci invita ad essere aperti, disponibili e privi di pregiudizi.

In Esculapio sulla bilancia2, Hahnemann introduce il concetto di cura nell’ambito di un percorso esistenziale-evolutivo che porta l’uomo a realizzare il “nobile scopo della vita”. Estendo senza remore questa prospettiva anche agli animali e in generale a tutti gli esseri viventi. Il nostro compito come artisti nell’arte del curare, altrimenti detti medici (veterinari e umani), si arricchisce quindi di nuove sollecitazioni e inedite speranze.

Nell’ambito del dinamismo della vita e del rapporto salute/malattia, il processo di cura che dovrà tendere alla guarigione secondo quel semplice ideale terapeutico espresso nel § 2 dell’Organon, sarà guidato dai noti quattro punti elencati da Hahnemann nel successivo § 3.

Ciò su cui mi interessa soffermarmi è l’atteggiamento dinamico che Hahnemann ci invita ad adottare quando dobbiamo cogliere in profondità, cioè percepire, due aspetti fondamentali dell’approccio alla relazione di cura:

Cosa dobbiamo veramente curare in ogni caso di malattia;

  1. Se ci sono delle cause predisponenti, ossia delle privazioni di salute, che devono essere individuate e rimosse (in campo animale molto presenti e spesso pesanti).

La frequentazione di un carcere mi interroga ogni giorno su questi aspetti e devo ammettere che mette in crisi le indicazioni di Hahnemann ad essere dinamico, flessibile e disponibile. Ecco perché, dal mio punto di vista questa isola-carcere, oltre a rappresentare un singolare punto di osservazione della nostra società, costituisce anche un banco di prova per l’omeopatia e per la pazienza… dell’omeopata!

Cos’è il carcere

Josif Brodskij, poeta russo, premio nobel per la letteratura nel 1987 e nominato Poeta Laureato nel 1992 negli Stati Uniti, nel 1963 fu accusato di “parassitismo sociale” e condannato ai lavori forzati per cinque anni. Egli così ha definito il carcere4: “Il carcere è in sostanza limitazione di spazio compensata da eccesso di tempo” . In Gorgona la limitazione dello spazio è molto relativa e possiamo dire che, a dispetto della quasi totalità delle strutture detentive, lo spazio è sufficientemente disponibile per vivere civilmente.

Anche gli animali possono godere di una situazione simile e questo già introduce una nota paradossale: in un carcere gli animali sono più liberi rispetto a molti che vivono in un allevamento in territorio libero!

In ogni caso non possiamo trascurare il legame che esiste tra carcere, libertà e salute da un lato e visione della malattia e cura dall’altro. L’omeopatia attraversa tutti questi territori e ci offre importanti chiavi di lettura e straordinari mezzi pratici.

Individuo e comunità

Gli esseri viventi sono immersi nelle relazioni, essi sono le relazioni. Quindi abbiamo a che fare con una rete di esseri viventi, una comunità vivente o biocenosi.

Poiché, quindi, ogni atto curativo incide sul singolo ma si propaga attorno attraverso le sue relazioni, ogni volta che curiamo qualcuno, curiamo un ambiente. La malattia, come la salute, modifica l’ambiente e, anche grazie alle intuizioni di Hahnemann, comprendiamo che le malattie croniche interferiscono sulla salute collettiva. Con gli animali la rete dei legami si arricchisce. Il nostro compito di veterinari è di promuovere la salute negli animali riconducendoli alla soddisfazione e all’espressione delle loro esigenze biologiche.

Quindi dobbiamo sforzarci di pensare in termini di relazione così come procediamo quando ricerchiamo il rimedio più simile attraverso la percezione del quadro patologico del malato e del quadro patogenetico del rimedio.

Se la vita, abbiamo detto, è essenzialmente relazione e movimento, quindi espressione di una “certa” libertà, il carcere nasce e opera punendo e trattando proprio in quest’ultimo ambito. Si limita la libertà di azione ed espressione confinando fisicamente il condannato in un luogo opportunamente strutturato. Alla persona, intesa come insieme di relazioni, vengono recisi i ponti e diventa un individuo: il soggetto “x”.

Inoltre, una persona, chiunque essa sia, quasi per un istintivo senso di sopravvivenza, viene subito inquadrata, diremmo “individuata”. Nel carcere, più che in altri ambiti, questa immagine così realizzata si fissa e si ripete.

Il carcere è il luogo della ripetitività. Agenti e detenuti sono immersi nella rigida reiterazione dei gesti, dei rapporti, delle identità e dei ruoli.

A questo proposito viene in soccorso il pregevole saggio di Marisa Barbera che in “Oltre il dissimile”3 ci aiuta a dare una lettura storico-filosofica ad alcuni concetti cari all’omeopatia ma che, come nel caso estremo e esemplificativo del carcere, ritroviamo anche nella vita concreta dell’essere umano.

“L’idea che la persona sia “un unico e indivisibile” – scrive Barbera – caratterizzerebbe le medicine non convenzionali, mentre la medicina ufficiale si occuperebbe solo di organi o parti, secondo la logica smembrante ella specializzazione. Ma la retorica dell’individuo nasconde che individuare è fissare, per conoscere come riconoscere. L’individuo che oggi si vorrebbe tutelato dalle medicine “umane”, è infatti da sempre “oggetto” della “scienza medica individuale” cioè della “scienza ufficiale”. In essa tutto è individuale (cioè separato) ed essa è tanto rispettosa dell’individualità, da “individuare” la stessa malattia (quando non il sintomo o la lesione) dandole un nome. L’individualità onomastica della malattia presuppone l’immagine di una sua persistenza, di modo che essa è così intesa, sempre cronica e, come tale, inguaribile.”

Il carcere fissa e stereotipizza. Rende cioè la persona individuo, indivisibile, singola, unica, separata. Questa è anche la radice della vera malattia: la separazione, la divisione.

La relazione tra le parti si interrompe e sopraggiunge il mal-essere. Quello stato dove gli organi non suonano più nell’armonia e “si fanno sentire”, mentre la forza vitale si dibatte lanciando allarmi e ricercando l’ordine perso.

Chi è Gorgona

Gorgona è l’isola più settentrionale dell’Arcipelago Toscano. Dista 18 miglia dalla costa livornese e nonostante la sua piccola superficie di 2.25 kmq presenta un’ampia variabilità ambientale.

Così come è frastagliata la sua costa e aspri i suoi fondali, altrettanto poco lineare è stata la sua storia. Le prime tracce di presenza umane sull’isola risalgono molto probabilmente a 5000-3000 anni fa. Successivamente ci sono state alternanze di periodi di presenza e di abbandono.

Da quasi 140 anni Gorgona è sede di un carcere ad indirizzo agricolo-zootecnico. Dal 1989 rientra nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Il lavoro è alla base del percorso riabilitativo e per questo motivo tutti i 60-120 detenuti che si sono avvicendati sull’isola hanno sempre lavorato e percepito un salario.

Sull’isola vengono allevate tutte le specie domestiche fondamentali: bovini, ovi-caprini, suini, conigli, volatili vari, cavalli, asini e api. È presente inoltre un impianto di acquacoltura con un’unità di allevamento e di ricerca.

L’allevamento è a ciclo chiuso senza scambi con l’esterno. Gli unici ingressi riguardano i riproduttori delle varie specie.

Sebbene Gorgona rappresenti poco più dello 0.1% della popolazione carceraria italiana, essa costituisce un punto di osservazione privilegiato e specchio fedele della nostra società. È un microcosmo completo dove le “dinamiche relazioni” sono spesso più facilmente percettibili rispetto a un contesto libero. È indubbio che lavorare costituisce il miglior modo per impiegare le energie in un carcere e Gorgona offre l’opportunità di spendere questo tempo in un ambiente gradevole e socialmente sereno.

Le diverse attività svolte e sono finalizzate alla gestione e alla manutenzione dell’isola che richiede una continua attenzione in termini di verifica dei lavori da svolgere.

Terra, piante e animali costituiscono la colonna portante di questa realtà che raggruppa queste attività nella sezione cosiddetta Agricola.

<!–[if !vml]–>Lavorare con i beni primari (terra, vegetali, animali) vuol dire svolgere una vera terapia sociale. Si cura l’uomo attraverso la cura dei tre Regni viventi, ponendolo in rapporto con le leggi fondamentali della natura. Semplificando, se non si rispettano delle leggi, le loro leggi, piante e animali non producono<!–[if !supportFootnotes]–>[1]. Ciò richiede impegno e attenzione costante, pazienza, fiducia e rispetto dei tempi biologici di ogni essere allevato o coltivato. Se si comprendono queste leggi e si lavora al loro fianco la Natura si mostra con l’uomo generosa: si semina uno e si raccoglie cento. Nel frattempo si impara, si acquista fiducia nelle proprie capacità e lo spirito si apre alla meraviglia e alla riconoscenza. Gradualmente si cambia e ci si avvicina all’origine delle cose.

I detenuti escono al lavoro la mattina presto e sono coordinati dagli agenti responsabili del settore. Rientrano nelle celle per pranzo e ripartono al lavoro per alcune ore il pomeriggio. Molti godono dei permessi premio e regolarmente escono per alcuni giorni.

Oltre al lavoro con gli animali, molte altre attività garantiscono autonomia e contribuiscono alla formazione lavorativa delle persone (officina meccanica, edilizia, falegnameria, panificio, idraulica, ecc.).

<!–[if !vml]–> Si coltivano ortaggi per il consumo interno, vite, olivi. Nella seconda metà degli anni ’90 furono trapiantate, in alcuni punti ben assolati dell’isola, numerose piante di Aloe arborescens (Figura1). Nel tempo sono state donate le foglie fresche a tutte le persone che ne hanno fatto richiesta.

La gestionePer rendere più comprensibile il sistema di allevamento e di gestione zootecnica di questa insolita realtà è necessario sintetizzare alcuni punti:

§         Gli animali si inseriscono in un contesto rieducativo e produttivo, anche se quest’ultimo aspetto non è prioritario per la sopravvivenza, né rappresenta il fine ultimo dell’attività stessa.

§         Gorgona è una realtà variegata, imprevedibile, paradossale e contraddittoria. Partendo dall’essenza del carcere che, quasi per definizione, è divisa tra due volontà contrapposte (“guardie e ladri” con due finalità generalmente diverse) osserviamo una situazione, unica e irripetibile: chi alleva nella pratica gli animali (detenuti) non è proprietario degli stessi e non ne trae benefici economici diretti o indiretti; è in contrapposizione con chi gestisce loro e gli animali (agenti) e con il proprietario (lo Stato) che nella realtà non esiste. L’organizzazione del lavoro zootecnico è strettamente piramidale. Gli animali sono divisi in cinque gruppi ognuno dei quali è affidato ad un detenuto, che fa capo all’agente della sezione agricola. Dall’agente, attraverso vari gradi e competenze si risale fino al Direttore che è affiancato dal Comandante degli agenti. Naturalmente il potere decisionale aumenta dal basso verso l’alto, così come spesso diminuisce proporzionalmente la conoscenza dei dettagli dei problemi.

§         I detenuti che lavorano con gli animali, e che quindi li conoscono più profondamente, hanno un potere decisionale e d’intervento ben definito e limitato.

§         All’interno del carcere c’è un frequente ricambio fisiologico di agenti e detenuti, e questo comporta periodicamente un riassestamento delle competenze e degli equilibri di collaborazione e fiducia.

§         Le esigenze degli animali vengono spesso in secondo piano a problemi interni organizzativi e istituzionali (per esempio turni degli agenti o orari di lavoro dei detenuti).

§         L’isola è sottoposta al condizionamento dei fattori meteorologici che possono determinare isolamento e condizionare gli approvvigionamenti (rifornimento di fieno o mangimi, priorità idriche, …).

§         Esistono, in generale, dei limiti nella detenzione e nell’uso dei farmaci, aghi e siringhe.

Per quanto detto, quindi, una struttura di questo tipo non è assimilabile a un qualsiasi altro allevamento e le dinamiche interne all’attività penitenziaria e le finalità dell’isola si intrecciano e spesso condizionano pesantemente le esigenze degli animali e della loro gestione.

Fino al 2004 i circa 120 detenuti dell’isola godevano di un regime detentivo che permetteva un ampio margine di libertà. Molti di essi usufruivano di una condizione cosiddetta di “sconsegnato” ovvero vivevano in piccole abitazioni al di fuori delle sezioni dove erano concentrate le celle. Le loro casette erano spesso vicino il luogo del lavoro come per esempio la stalla delle vacche, l’ovile, la porcilaia, gli orti. Questi detenuti vivevano una sorta di semilibertà potendo lavorare anche con una certa flessibilità e creatività. Agli inizi del 2004 sono avvenuti  due omicidi che hanno comportato, oltre alla riduzione del numero dei detenuti, anche la soppressione della condizione di “consegnato”. Naturalmente si è venuta a creare una profonda frattura nel delicato equilibrio socio-dinamico dell’isola.

Introduzione dell’omeopatia

La medicina omeopatica unicista applicata agli animali è stata introdotta in Gorgona nel 1993. Il suo grado di penetrazione all’interno di una realtà così variegata, contraddittoria e spesso imprevedibile, è stato graduale e ha dovuto anche seguire gli avvicendamenti di persone che si sono succedute sull’isola. Non è stato facile in passato e non lo è tutt’ora lavorare con un strumento di cura così preciso e delicato in una realtà dove l’armonia è quasi per definizione assente. Però l’esperienza ha dimostrato che

<!–[if !vml]–><!–[if !vml]–> il valore omeopatico non è solo nell’atto terapeutico nei

confronti della patologia ma nell’introdurre un elemento di riflessione e di lettura della realtà vitale.

Si tratta di assumere un altro principio regolatore del nostro agire: il principio della cura.

L’omeopatia promuove la vita, la sua conservazione, la sua preservazione attraverso un percorso dolce, non violento e non soppressivo. Questo è ciò che necessita anche in un carcere. Per questo motivo si continua a
 resistere e a testimoniare.

A questo proposito torna utile “ruminare” una frase circolata durante la “Giornata della Memoria contro tutte le mafie”, celebrata a Polistena (Rc) il 21 marzo scorso: restare per cambiare e cambiare per restare.

L’alchimia della relazione risiede anche nel complesso gioco dei rapporti cercando di mediare tra la verticalità delle gerarchie costituite e la spontaneità della fratellanza e quindi della solidarietà orizzontale.

Spiramidalizzare (ovvero destrutturare la piramide dell’apparato) è un lavoro silenzioso, interiore e non violento. È dentro di noi che riusciamo a vederci sullo stesso piano, sulla stessa barca e sulla stessa rotta che ci porta, attraverso esperienze diverse, verso gli “scopi superiori della nostra esistenza” (Organon, § 9)5. In questa ottica le categorie del giudizio, della colpa, della pena, del trattamento possono assumere sfumature inaspettate arricchite dalle nuove prospettive che il passaggio sull’isola comporta. Ancor più, quindi, il “messaggio semplice” di Hahnemann ci aiuta a lavorare nel senso della libertà individuale lasciando ampi margini di intervento alla nostra creatività.

Il lavoro del veterinario

Il veterinario lavora e interagisce con almeno 7-10 detenuti della sezione agricola che si occupano direttamente o indirettamente delle varie specie animali allevate e divise in 5 gruppi funzionali. Periodicamente i detenuti che usufruiscono dei permessi vengono sostituiti da altri compagni che quindi rientrano nella rete delle relazioni. Infine, altri detenuti che svolgono attività collaterali (agricoltura, caseificio, macelleria, gestione automezzi, ecc.) spesso si trovano a prestare aiuto o in qualche modo a collaborare in alcune attività più strettamente zootecniche. In questo modo la sfera e la dinamica delle relazioni si amplifica, si trasforma e cambia nel tempo.

In questa policroma realtà il ruolo del veterinario è quello evidentemente di far stare meglio gli animali, evitare che si ammalino e di curarli quando presentano problemi.

Ma l’attenzione va posta anche su altri aspetti collaterali che contribuiscono a mantenere lo stato di salute generale: la quantità e la qualità delle scorte alimentari, la manutenzione dei ricoveri e la pulizia dei recinti, gli spostamenti degli animali, l’ordinativo di materiali, i rapporti tra i detenuti e tra questi e gli agenti, ecc..

Appare quindi chiaro che in questo luogo la relazione umana ha una valenza enorme e a volte prioritaria rispetto a qualsiasi intervento più strettamente medico.

Assumendo, quindi, che il livello umano e animale non sono autonomi, ma integrati e interdipendenti, il lavoro del veterinario in questo modo si dispiega su questi due piani fondamentali.

L’impegno con le persone è molto delicato sia perché si tratta di una situazione inusuale e regimentata e sia perché la formazione professionale del veterinario non prevede una preparazione nel campo della gestione dei rapporti umani. Tanto meno in una realtà estrema come un carcere.

In linea generale si può immaginare il percorso educativo e formativo nei confronti dei detenuti-allevatori come la creazione di una scultura di legno. Prima si fa un lavoro grossolano di “sbozzatura” che prevede la conoscenza reciproca, una sorta di dichiarazione di intenti, presentando i principi generali a cui ci si ispira (rispetto della natura, degli animali, il linguaggio dei fenomeni naturali, ecc.). Poi si procede di cesello: si introducono i concetti dell’omeopatia, l’origine dei rimedi, le modalità di scelta del farmaco, la somministrazione, ecc.. Quest’ultimo è un lavoro lento, paziente e costante. Si cerca di favorire la discussione, la partecipazione, l’esperienza diretta, la riflessione sulle azioni svolte. Si trasferiscono i pensieri cosiddetti olistici ed energetici all’uomo e alla realtà circostante. Si cerca di creare un terreno comune e di abbattere le barriere culturali e linguistiche (molti detenuti sono stranieri). L’obiettivo è di suscitare uno spirito di gruppo e di armonia in modo da far superare gli inevitabili momenti di calo emozionale e motivazionale.

In seguito accadrà ineluttabilmente che, per fortuna, i detenuti terminata la pena usciranno, oppure per qualche motivo verranno trasferiti9.

A questo punto… si ricomincia da capo.

Animali in soccorso

In Gorgona, come in altre realtà di confine (sociale) si osserva la presenza quasi destabilizzante di esseri viventi che interrompono la fissità. Le piante ma soprattutto gli animali, liberi dalla pigrizia della mente e dei “sensi immaginanti” dell’uomo, non si fanno idee preconcette ma obbediscono al loro istinto che è in diretto contatto con la natura. Loro sono legati a questa relazione innata che nessun carcere può interrompere. Anche nelle condizioni lager degli allevamenti intensivi il filo che lega gli animali alla natura persiste e manda segnali all’uomo sottoforma di sintomi. Sarà poi lasciato al libero arbitrio dell’uomo, condizionato dai suoi miasmi, dalla sua cultura, dai suoi idoli e dalla sua coscienza, la decisione di cogliere e interpretare i segnali che gli animali inviano.

Anche gli animali di questa isola-carcere sono legati ai loro ritmi che seguono i grandi e piccoli cicli della natura, della vita viva che, quasi per definizione, è mutevole, dinamica e a volte imprevedibile. Il gioco delle relazioni con gli animali si arricchisce ulteriormente perché mentre loro interagiscono con le forze naturali, stabiliscono nel contempo anche rapporti con noi umani. La comunità umana tiene in vita quella animale e la comunità animale tiene viva (vivifica) quella umana. Forse è solo un gioco di parole, ma sembra che in questo reciproco scambio ci sia il passaggio di certe qualità diverse.

Quindi il tutto assume un carattere variegato e multiforme che rende il lavoro con gli animali creativo e stimolante. E non è proprio quello che ci vuole in un carcere per uscire dalle stereotipie e quindi dalle malattie?

Ecco che gli animali svolgono un ruolo originale sottraendo gli uomini alla condizione di individuo e riportandoli a quella di comunità. Così gli animali vengono in aiuto all’uomo tentando di salvarlo da un futuro incerto e infelice. Nuova linfa scorre, nuove idee, nuove speranze. Il carcere finalmente diventa un luogo di passaggio evolutivo. L’esperienza di questi anni ci conferma, che in taluni casi, è proprio così, soprattutto quando sentiamo sussurrare: “Grazie a Gorgona ho…..”. E’ qui che tutto assume un senso e le nere nubi che nascondono il mistero della carcerazione lasciano intravedere l’azzurro dell’inatteso e del miracolo della vita che si rinnova e ci meraviglia.

L’ideale di cura

Le persone che entrano in carcere possono essere assimilate a quelle che entrano in ospedale. Entrambe hanno un problema: i malati con la salute individuale e i carcerati con quella sociale. L’omeopatia ci suggerisce che entrambe possono avere una radice comune. Dopo opportuno trattamento i malati e i carcerati dovrebbero uscire, rispettivamente dall’ospedale e dal penitenziario, “guariti”, in altre parole migliori rispetto a quando sono entrati. Altrimenti, trattandosi non di una vera cura ma solo di palliazione, non si può parlare di guarigione.

Secondo l’art. 27 della nostra Costituzione “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il carcere è un luogo istituzionale che dovrebbe essere finalizzato al recupero (reinserimento sociale) umano. Parafrasando i primi due paragrafi dell’Organon, possiamo dire che:

“lo scopo principale del carcere è rendere sani i detenuti, in altre parole riabilitarli. Il trattamento e il reinserimento dovrebbero avvenire in modo rapido, dolce e duraturo eliminando il “male” nel modo più sicuro e innocuo, basandosi su principi facilmente comprensibili e chiari”.
È risaputo che questo purtroppo spesso non avviene. I detenuti sono “trattati” nel carcere e poi accompagnati fino al portone d’ingresso. Del loro futuro, dell’evoluzione della cura e del loro cammino di guarigione, ci disinteressiamo completamente. È come se un medico, somministrata la cura, poi non seguisse più l’evoluzione del caso!

I fantasmi di Gorgona

Come in tutte le realtà della vita vige la legge di polarità e quindi alcuni aspetti sono compensati da altri di segno opposto.

Anche alcuni aspetti interessanti, belli e stimolanti dell’isola devono avere a che fare con quelli che possiamo chiamare  “I fantasmi di Gorgona” ovvero il prezzo da pagare per relazionarsi a quest’isola:

caos (“cosa sto facendo, dove sto andando?” La metafora della nave: devo girare in tondo e evitare di affondare o invece mi sto dirigendo da qualche parte?)

  1. demotivazione (“mi interesserebbe ma chi me lo fa fare”)
  2. disinteresse (“non me ne frega niente”)
  3. paralisi (“mi interessa ma non mi fanno fare”)
  4. l’essere diviso (“sono qui ma la mia testa è fuori”)
  5. la piramide gerarchica (“mi hanno detto di fare così”)
  6. il ricambio inevitabile (“domani parto”)

I problemi sono abbastanza intuitivi e le conseguenze interessano trasversalmente tutti i settori dell’isola. La presenza degli animali aiuta ad affrontare le difficoltà in tempo reale e a tener vivo o spirito e la forza di volontà. A questo proposito ci conforta un passo dei Parerga und Paralipomeni di Schopenhauer tradotto da Piero Martinetti9: “Questa dedizione totale al presente, propria degli animali, è la precipua causa del piacere che ci danno gli animali domestici. Essi sono il presente personificato e ci rendono sensibile il valore di ogni ora di pace e tranquillità, mentre noi con il nostro pensiero il più delle volte andiamo al di là di essa e la lasciamo passare inavvertita.”

I ruoli della presenza animale

“Ogni uomo ha bisogno dell’aiuto degli altri” scriveva Bertold Brecht e questo è ancor più vero in situazioni di isolamento. Il carcere ti isola ma un carcere in un’isola dovrebbe isolarti ancora di più. Invece la presenza degli animali e le relazioni meno blindate che avvengono in Gorgona aiutano inaspettatamente a soddisfare questa esigenza primordiale. Le relazioni ovviamente più genuine e sincere si stabiliscono tra l’uomo e gli animali. La storia, e in particolare quella degli uomini reclusi, è ricca di testimonianze di amicizia tra uomini e animali.

Nella raccolta di testimonianze “Scrittori dal carcere” George Mangakis8 (professore di legge sospeso dalla sua professione nel 1969 dal regime militare greco) descrive, ad esempio, l’inedita amicizia nata tra lui e tre zanzare durante la permanenza in cella d’isolamento.

Gli animali svolgono un’ampia varietà di ruoli e funzioni nell’ambito della vita dell’uomo.

Oltre alle produzioni zootecniche, preme, in questo contesto, sottolineare la loro duplice funzione che definiamo di ambasciatori ed educatori.

Gli animali come ambasciatori, soggetti inviati per fornire notizie o informazioni. La radice latina ambactus (servo stipendiato) sembra arricchire ancor più di significato la funzione di servizio che svolgono gli animali in generale e in particolare in Gorgona. Gli animali, nella loro varietà, costituiscono rappresentanti viventi delle singole specie d’appartenenza. Essi ci aiutano, attraverso il loro linguaggio e comportamento, ad avvicinarci al regno animale, multiforme e plurisimbolico. Ogni animale è portavoce del suo simbolismo, incarnazione della sua virtù e questo crea inevitabilmente una risonanza all’interno di noi.

L’altra importante funzione è quella di educatori per migliorare la comprensione dei meccanismi e delle leggi universali della natura e per aiutarci a capire meglio i nostri errori. A comprendere il linguaggio semplice e spontaneo della natura vivente. Quando l’uomo sbaglia l’animale si ammala. Molto spesso le malattie degli animali sono la materializzazione su un altro piano (fisico) degli errori dell’uomo (piano mentale-emotivo).

Educare deriva da educere, “trar fuori, allevare”, ed è come se l’uomo allevando gli animali educasse (allevasse) infine anche se stesso. L’uomo alleva gli animali e gli animali educano l’uomo. La radice bidirezionale del verbo fa in modo che il processo di educare/allevare scorra in entrambi le direzioni facendo in modo che si instauri una sorta di circolo virtuoso.

Non si può non osservare che educare possiede elementi di similitudine con emozioni (dal latino ex movere = muovere fuori). Gli animali aiutano a canalizzare le emozioni, ad educarle (tirarle fuori) in un modo dolce e naturale, visto che essi sono i primi manifestanti delle emozioni interne attraverso i moti dell’animo (animale: portatore di anima) che a loro volta si esplicitano all’esterno con i moti del corpo (movimenti).

L’uomo che si lascia guidare dagli animali (che segue, alleva), viene aiutato a tirar fuori le sue emozioni e ad evitare che si sedimentino nel corpo producendo blocchi e quindi, se fortunato, facendo emergere sintomi significativi e caratteristici.

Relazioni estese

La ragnatela di relazioni che sottende alla vita si mostra in una straordinaria varietà di direzioni. La visione ecosistemica della vita e il contributo dell’omeopatia ci consentono di trovare sempre nuovi intrecci e a volte impensabili legami. Un invito a pensare in termini di relazioni ci giunge da Helena Norberg-Hodgen9 che così intende  la mucca quando si riferisce all’essenza “vuota” delle sostanze:
Quando pensiamo ad una mucca, tendiamo a pensarla come un oggetto distinto, chiaramente definito; e a un certo livello lo è. Ma ad un livello più importante, la mucca non ha nessuna esistenza indipendente; essa si dissolve in una rete di rapporti. L’erba che mangia, la pioggia che fa crescere l’erba, il suolo che nutre i vegetali di cui si ciba e che la sostiene, l’aria che respira; tutto fa parte della mucca. Le compagne con le quali vive, il toro che la feconda, l’uomo che la munge e che la gestisce. In definitiva ogni cosa nell’universo contribuisce a fare della mucca ciò che essa è. Essa non può essere isolata; la sua natura muta di momento in momento, non è mai la stessa. Questo è ciò che intendiamo quando diciamo che le cose sono “vuote”, che non hanno nessuna sostanza.

La relazione con la mammella

L’apparato mammario è uno dei più direttamente correlati alla gestione, alla manualità, all’esperienza e allo stato d’animo della persona che lavora con gli animali.

Il valore della mammella non è solo legato alla produzione del latte che, insieme al vitello, è  il prodotto più ambito. La secrezione del latte è in stretta relazione con il sistema nervoso e il suo colore bianco lo pone in relazione con la luna e quindi con il simbolismo delle acque e delle emozioni. In pratica si può dire che la mammella è il serbatoio dove si riversano non solo litri di latte ma anche problemi di gestione e di emozione dell’uomo.

Ecco perché in una realtà così emotivamente instabile come quella di un carcere, seppur con un’alta qualità di vita delle persone come in Gorgona, la mammella sarà sempre e inevitabilmente interessata con la produzione oltre che di latte anche di sintomi. Dal punto di vista omeopatico e della cura nella sua totalità, la mammella rappresenta un organo non vitale seppur importante per la crescita del vitello. L’obiettivo della cura è di non sopprimere queste manifestazioni (entro certi limiti) per evitare di barattare questo livello di malattia con un altro, meno visibile forse, ma più profondo. Naturalmente le esigenze della forza vitale e la logica di cura dell’organismo (che sacrifica le parti più superficiali per preservare quelle più interne e vitali) non segue le esigenze produttive dell’allevatore che vuole produrre più latte. L’esperienza insegna che, poiché la mammella è un organo collegato alla sfera genitale, un suo eccessivo sfruttamento conduce ad una riduzione della fertilità. Il rapporto tra i due aspetti fisiologici ci offre la possibilità di introdurre la relazione tra le esigenze economiche-produttive e il rispetto delle esigenze della specie e delle leggi di natura.

Dal magistrato al vitello

Capita spesso in un carcere di imbattersi nel malumore che prova un detenuto al quale è stato rifiutato un permesso o una misura alternativa. Se questa persona lavora con gli animali, il suo stato d’animo oltre a trasferirsi emotivamente sugli animali. Se lavora con le vacche può capitare, per esempio, che il detenuto trascuri, anche per alcuni giorni, un corretto allattamento dei giovani vitelli. E se il latte non è sufficiente o è eccessivo, o se non è stato somministrato subito e si è raffreddato, può causare squilibri digestivi. Il vitello si ammala e produce diarrea. Il detenuto può o non accorgersene. Se vede il problema può o non capire che ha commesso qualche errore. E infine può o non comunicarlo all’agente responsabile o al veterinario in tempo. Questo può variare anche in base al fatto se egli ritiene che l’episodio abbia influenza sulla valutazione del suo lavoro.

Alla fine può capitare che il vitello abbia diarrea da diversi giorni e non è stato notato o segnalato. Quindi, quando poi si interviene, la guarigione rischia di essere compromessa o più complessa.

Risalendo a ritroso lungo la catena di eventi che hanno portato a questa situazione, la causa del problema manifestato dall’animale origina dalla delusione del detenuto, spesso vissuta come un’ingiustizia del rifiuto del beneficio richiesto.

Tutto questo fa parte delle dinamiche quotidiane dell’isola e gli animali rappresentano spesso l’ultimo livello di manifestazione di un problema che spesso ha radici più lontane e meno visibili. Gli animali sono spesso il palcoscenico dove si rappresentano i drammi dell’uomo.

Esiste però un altro livello di intervento curativo. Un livello meno evidente ma ugualmente importante. Quello di introdurre nella visione che si adotta nei confronti dell’animale un approccio più globale, più interattivo, potremmo dire interspecifico. Curare un vitello, per esempio con la diarrea, vuol dire somministrare un rimedio omeopatico specifico, ma parlare anche con il detenuto e renderlo partecipe della cura. Coinvolgendolo nella raccolta delle informazioni del caso e riflettere insieme se c’è stata una relazione con il suo stato d’animo del momento. Questo può aprire la strada per la comprensione di come siamo tutti collegati e interdipendenti e di quale può essere il ruolo del nostro livello di salute. Di come gli animali assorbono le nostre emozioni e di come commettiamo errori, spesso involontariamente, sotto l’onda del nostro malessere interno.

Da un magistrato che blocca (per le sue buone ragioni) un beneficio atteso, alla diarrea di un giovane vitello. E questo ci permetterà di dare un rimedio al vitello che, come sappiamo, non curerà solo la diarrea ma, se ben scelto, migliorerà il suo livello di salute generale. Questo ci consentirà anche di conoscerlo meglio e di capire quali sono le sue debolezze e le sue modalità di espressione. Ciò servirà in futuro per avere un quadro più completo dell’animale e di curarlo, eventualmente, meglio la prossima volta. Nel frattempo ci permetterà di trovare un rimedio costituzionale e di somministrarglielo in condizione di salute. Alla fine l’obiettivo è quello di curargli la diarrea, ma anche di conoscerlo meglio e di aiutarlo a migliorare il suo livello energetico di salute. La sua salute influenzerà anche gli altri vitelli. Nella vitellaia migliorerà il livello di salute generale, percepibile anche all’esterno. Gli operatori coglieranno, anche solo inconsciamente questo stato e ne trarranno soddisfazione. Ovviamente tutto questo non sfuggirà al resto della mandria che riceverà e restituirà l’onda benefica. Un altro segmento delle dinamiche relazioni si è messo in moto e grazie all’omeopatia abbiamo la possibilità di rendercene conto e di compartecipare.

Sull’altro fronte abbiamo parlato più profondamente con il detenuto, che forse si sarà sfogato della sua delusione e che discutendone l’avrà accettata meglio. Nel frattempo abbiamo affrontato insieme il caso clinico, lui si è responsabilizzato per la gestione della terapia e per l’osservazione dei sintomi. Avrà acquisito maggiore dimestichezza con un rimedio omeopatico e con la valutazione dei sintomi. Quindi alla fine si è tentato di trasformare un problema in opportunità con l’ausilio della dolce e semplice omeopatia. Questo è in definitiva l’obiettivo di ogni cura e quello che del resto dovrebbe verificarsi in un carcere così come in altri aspetti della vita.

Relazioni con l’esterno

Un altro aspetto che abbiamo valutato è stato il flusso di scambi con l’esterno che si sono realizzati grazie all’interesse per la medicina omeopatica e al suo utilizzo in una fattoria polifunzionale gestita da un carcere.

L’introduzione del sistema omeopatico ha aperto canali inaspettati e ha contribuito a mettere in relazione l’isola con l’esterno.

Il secondo principio della termodinamica dice che un sistema chiuso che non riceve scambio energetico con l’esterno aumenta la sua entropia, il suo disordine interno.

Un effetto dell’introduzione dell’omeopatia in Gorgona è stato un aumento delle relazioni con l’esterno e l’interesse scaturito nei riguardi di questa esperienza.

<!–[if !vml]–>Molte persone hanno visitato l’isola grazie alla mediazione della medicina omeopatica. L’esperienza che proviene anche da altri ambiti ci insegna che l’omeopatia migliora le relazioni tra le persone e arricchisce gli scambi. Così è avvenuto anche sull’isola. Sono sbarcati: studenti di scuola media, universitari, studenti scuola di omeopatia, tesisti, veterinari, medici, agronomi, farmacisti, erboristi, allevatori, aziende biologiche e biodinamiche, associazioni varie, volontari.

È interessante segnalare due scambi singolari. L’isola è stata visitata due volte da rappresentanti Saharawi. Nell’ambito di un progetto di formazione omeopatica (Progetto Demhos9) con il Popolo Profugo Saharawi, due tecnici veterinari provenienti dal deserto hanno approfittato della loro presenza in Italia per poter visitare l’isola e conoscere il lavoro svolto con gli animali.

L’altro scambio riguardo un rapporto di amicizia e collaborazione con il Comune di Neviano degli Arduini (PR). Questo territorio appenninico, vocato alla produzione di latte per il parmigiano reggiano, registra da anni l’introduzione dell’omeopatia unicista in molte sue stalle. Un incontro quasi impossibile se non fosse stato per gli animali (e in particolare le vacche) e la medicina omeopatica. Colleghi, allevatori e amministratori hanno visitato più volte l’isola e nel 2005 il comune di Neviano ha donato alla Casa di Reclusione, in segno di amicizia, un vitello di razza Reggiana (Figura 3) che è diventato poi uno dei tori della mandria.

Un altro risultato significativo nato da queste “relazioni estese” è stata l’assunzione di un ex ospite di Gorgona da parte di una grande azienda agro-zootecnica biologica dell’Appennino parmense. Questo ragazzo toscano non aveva mai lavorato con le vacche prima di arrivare in carcere. In Gorgona ha imparato a gestirle e a utilizzare anche l’omeopatia. Infine, una volta uscito, pur avendo trovato un ottimo lavoro, ha continuato a desiderare di continuare a lavorare a stretto contatto con gli animali e i loro cicli naturali. L’azienda Angus (www.carovane.com), che alleva vacche da latte, bovini da carne e cavalli Bardigiani, lo ha assunto e questo, oltre a riempirci di gioia ci indica che, nonostante le difficoltà, siamo sulla strada giusta.

Conclusioni con speranza

Cogliendo ancora una volta l’invito di Hahnemann ad essere artisti, provo a mescolare i colori e ad offrire una riflessione trasversale. Si tratta di un brano di Fëdor Dostoevskij dei I Fratelli Karamazov che abbiamo letto durante la visita degli amici di Neviano in Gorgona. Può sembrare distante dal tema di questo congresso, ma è più vicino di quanto appaia.

“Fratelli, non abbiate paura dei peccati degli uomini, amate l’uomo anche col suo peccato, perché questo riflesso dell’amore divino è appunto il culmine dell’amore sulla terra.

Amate tutta la creazione divina, nel suo insieme e in ogni granello di sabbia.

Amate ogni foglia, ogni raggio di luce! Amate gli animali, amate le piante, amate tutte le cose!

Se amerai tutte le cose, scoprirai in esse il mistero divino. Una volta che lo avrai scoperto, comincerai a conoscerlo sempre meglio, ogni giorno più a fondo. E alla fine amerai tutto l’universo di un amore totale, completo.

Amate gli animali: Dio ha dato loro un principio di pensiero e una gioia senza inquietudine. Non li turbate, non li tormentate, non togliete loro la gioia, non andate contro l’intenzione di Dio. Uomo, non ti esaltare al di sopra degli animali: essi sono senza peccato, mentre tu, con tutta la tua  grandezza, insudici la terra al tuo apparire, lasci dietro di te la tua sudicia traccia, e questo, purtroppo, è vero quasi per ognuno di noi!

Certe volte ti sentirai perplesso, specialmente vedendo i peccati degli uomini, e ti chiederai:

“Devo ricorrere alla forza oppure all’umiltà e all’amore?”.

Decidi sempre per l’umiltà e per l’amore.

Se prenderai questa decisione una volta per sempre, potrai soggiogare anche tutto il mondo.

L’umiltà e l’amore uniti insieme sono una forza formidabile, la più grande forza che ci sia, non ce n’è un’altra uguale.”

Questo piccolo pianeta vive una fase difficile della sua storia e questo è causato purtroppo dai suoi stessi abitanti. Le scelte singole e quelle politiche dipendono dalla nostra visione del mondo che a sua volta è prodotto del nostro stato di salute/equilibrio. Il modo con il quale si cura e gli obiettivi terapeutici che ci prefiggiamo, condizioneranno le scelte dei singoli e quindi anche di noi tutti. Lo scopo finale è di curare in senso evolutivo gli animali, le persone, la società. Questa è la speranza e il contributo che l’omeopatia introduce. Questo è anche il piccolo sogno che cerco di realizzare (fino a quando potrò farlo) su quel frammento di roccia adibito a carcere dove uomini e animali sono stati chiamati a fare un pezzo di strada insieme ¨
Ringrazio la Scuola di Omeopatia di Verona  per l’invito a questo 1° Congresso di Omeopatia Veterinaria perché ogni volta che bisogna raccontare qualcosa agli altri è un’opportunità per chiarire le idee con se stessi.

Bibliografia

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<!–[if !supportFootnotes]–>[1] Il fatto che poi, nonostante la forzature dei suoi limiti, la natura sia così generosa da consentirci di produrre ugualmente, richiede una riflessione a parte su cosa realmente si produce e quali sono i risvolti sulla salute umana.

<!–[if !supportEndnotes]–>

1 Hahnemann, S: Lo spirito della dottrina omeopatica della medicina. Salus Infirmorum, Padova, 2001

2 Bergson H.: L’evoluzione creatrice. Cortina Raffaello, Milano, 2002

3 Hahnemann, S.: Organon dell’arte del guarire. Cemon, Napoli

4 Hahnemann, S.: Esculapio sulla bilancia. Salus Infirmorum, Padova, 2004

5 Brodskij J.: in prefazione a: Scrittori dal carcere. Feltrinelli, Milano, 1998

6 Barbera, M.L.:Oltre il dissimile. HMS, Como, 2001

7 Hahnemann, S.: Organon dell’arte del guarire; § 9

8  Verdone, M.: L’indulto del veterinario. Mediterraneo, 2006, n.4/25, 52-53

9  Martinetti P.: Pietà verso gli animali. Il melangolo. Genova, 1999

10 Mangakis G.: Erasmo e le zanzare in: Scrittori dal carcere. Feltrinelli, Milano 1998

11 Norberg-Hodge H.: in E. Goldsmith: Il Tao dell’ecologia (modificato). Franco Muzzio editore, Padova, 1997

12 Verdone M. et al.: Omeopatia nel deserto del Sahara: il Progetto Demhos con il popolo Saharawi. FIAMO Atti, VII  Congresso Nazionale Medicina Omeopatica; Roma, 10-12 novembre 2006, 94-11

La ragnatela di relazioni che sottende alla vita si mostra in una straordinaria varietà di direzioni. La visione ecosistemica della vita e il contributo dell’omeopatia ci consentono di trovare sempre nuovi intrecci e a volte impensabili legami. Un invito a pensare in termini di relazioni ci giunge da Helena Norberg-Hodgen che così intende  la mucca quando si riferisce all’essenza “vuota” delle sostanze:Per rendere più comprensibile il sistema di allevamento e di gestione zootecnica di questa insolita realtà è necessario sintetizzare alcuni punti: La ragnatela di relazioni che sottende alla vita si mostra in una straordinaria varietà di direzioni. La visione ecosistemica della vita e il contributo dell’omeopatia ci consentono di trovare sempre nuovi intrecci e a volte impensabili legami. Un invito a pensare in termini di relazioni ci giunge da Helena Norberg-Hodgen che così intende  la mucca quando si riferisce all’essenza “vuota” delle sostanze:Per rendere più comprensibile il sistema di allevamento e di gestione zootecnica di questa insolita realtà è necessario sintetizzare alcuni punti: La ragnatela di relazioni che sottende alla vita si mostra in una straordinaria varietà di direzioni. La visione ecosistemica della vita e il contributo dell’omeopatia ci consentono di trovare sempre nuovi intrecci e a volte impensabili legami. Un invito a pensare in termini di relazioni ci giunge da Helena Norberg-Hodgen che così intende  la mucca quando si riferisce all’essenza “vuota” delle sostanze:

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