Opinioni a confronto: La Formazione e la Ricerca Clinica spettano di diritto a coloro che ne hanno il knowhow

Opinioni a confronto: Dr. Macrì - D.ssa Pomposelli


Gentile dottoressa Pomposelli,
ho ricevuto da Gino Santini i suoi commenti al documento sull’Omeopatia Clinica da me redatto e credo sia utile qualche precisazione da parte mia. La sua disamina della situazione in Regione Lombardia è molto indicativa di quanto in realtà succede su scala più ampia nei rapporti tra Medicina Ufficiale e Medicina Omeopatica.
Vede, non c’è in me il rallegramento per tutto ciò, più che altro amarezza, ma è una conferma di quanto ho inteso esprimere: la Medicina Ufficiale accetta più facilmente il confronto con l’Omeopatia Clinica. D’altronde se lei fa una verifica nella letteratura recente, la ricerca in Omeopatia difficilmente si basa su lavori con approccio Unicista e, se succede, succede con studi di tipo osservazionale, non con studi clinici controllati (CRT). La stessa Jennifer Jacobs, l’australiana che ha spesso pubblicato sulle diarree del bambino ( primo lavoro su Pediatrics del 1994 se non sbaglio), nel 2006 su Homeopathy abbandona l’approccio unicista per quello pluralista.
Ma non è una questione di valore, non immaginerei mai di affermare, e non l’ho mai fatto, che l’omeopatia classica sia inferiore all’omeopatia clinica, è solo una attribuzione di pertinenze.
L’Omeopatia Classica ha un ruolo fondamentale nell’ambito della definizione culturale e metodologica della omeopatia, quindi una forte validità interna” cui il medico omeopata deve necessariamente accedere; non può altresì affrontare il problema della validità “esterna” perché le regole della Medicina Ufficiale consentono più facilmente l’accoglimento della Omeopatia Clinica. Così per quanto riguarda il ricorso agli esami di laboratorio: validi esponenti della Omeopatia Classica hanno affermato e continuano ad affermare che la diagnosi di rimedio è prioritaria rispetto a quelle di malattia e, a maggior ragione, di laboratorio; la mia non è una critica, è una constatazione. Di nuovo il problema della validità interna/esterna: l’attribuzione di valore secondario di dati di laboratorio va bene all’interno, per il medico omeopata, ma non viene “capita” all’esterno, dal collega con il quale forse dovremo colloquiare per un paziente in comune. Devo confessare che la circostanza del documento sull’Omeopatia Clinica nel farmi constatare il risentimento suo e di altri colleghi mi ha fatto capire che paradossalmente lo “hiatus” tra Omeopatia Classica e Clinica rischia di essere più marcato di quello tracciato dalla Medicina Ufficiale nei confronti della omeopatia.
La ringrazio comunque per questa ricerca di confronto e per l’invito al Convegno di febbraio, dove conto sinceramente di partecipare.
Cordiali saluti
Francesco Macrì

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Gentile Dottor Macrì,

è sempre un piacere potersi confrontare schiettamente. La ringrazio per aver accettato l’invito a partecipare al seminariodi sabato 23 febbraio 2007 Sarà finalmente una opportunità per tutti.

Le do atto che la divergenza che esiste tra omeopatia clinica e omeopatia classica è profonda… e il risentimento che lei legge sia nella mia analisi che nelle risposte di altri colleghi è forte.

Vede Dottor Macrì lei ha toccato il nostro nervo scoperto.La lacerazione interna di noi omeopati classici tra la necessaria scelta di aderire all’ Organon ed il confronto negato per la continua irragionevole pretesa da parte della medicina ufficiale di scegliere di soffermarsi su una ipotesi ossessiva di efficacia e di pseudo risultati. Noi vogliamo un confronto a pari dignità a partire dall’accettazione che i paradigmi dei nostri approcci terapeutici siano diversi, ma non incompatibili.

A chi serve validare la molecola farmacologica e la sua ripetibilità? Perche non è concepibile la validazione del metodo e della sua ripetibilità? La questione per me è: qual’è l’andamento della direzione dello stato di salute del paziente? In ultima analisi l’aumento disastroso dei pazienti con problematiche croniche e complicate ci riguarda? Di quale e quanta responsabilità siamo disposti ad assumercene?

Il problema che lei pone tra validazione interna/esterna, personalmente lo porrei in questi termini: fin dove sia lecito e di quanto per l”‘interno”, rinunciare al rispetto del proprio paradigma,per avere una validazione esterna misurata con un paradigma altro? qual’ è la misura e l’unità di misura che esprime con maggiore precisione e trasparenza ciò che noi omeopati percepiamo con i sensi e validiamo con gli esami strumentali e di laboratorio?

E’ scientifico, etico, chiamare omeopatia clinica l’utilizzo di preparati complessi mai sperimentati sull’uomo sano? Dov’e l’applicazione della Legge di Similitudine? Quale effimero interesse va rincorrendo la medicina ufficiale? A quale confronto si apre?

Ho incontrato personalmente la Dott.ssa Jacobs nel 2001, abbiamo discusso non poco di quando sia indispensabile anche nelle malattie acute, come la diarrea che esprime come una epidemia il genio del rimedio, ricorrere comunque al rimedio costituzionale, altrimenti le recidive sono impossibili da curare. Di quanto il know-how proprio dell’omeopata classico ponga diagnosi di rimedio oltre che diagnosi nosologica e dia la direzione alla prescrizione e alla “guarigione”del paziente…ma questa modalità non è funzionale alla ripetibilità del farmaco…se il farmaco prescritto in 1a istanza, alla 2a, 3a recidiva non è più efficace, siamo obbligati ad accedere alla prescrizione unicista se siamo interessati alla guarigione del paziente.Se invece ci limitiamo alla valutazione periferica , senza alcuna osservazione di che cosa stiamo sopprimendo nel paziente e in quale altro organo e apparato la ridotta energia vitale si esprime….abbiamo rinunciato ad applicare il paradigma proprio dell’omeopatia .

Il compito che spetta alla nostra generazione di omeopati, è di scrivere le regole di misurazione di ciò che pratichiamo nel rispetto del nostro paradigma, là dove sia possibile è bene trovare sempre dei punti di convergenza con le misure proprie dell’allopatia,ma dove non venga rispettato il modello omeopatico, è doveroso riflettere e scrivere e sancire le misure specifiche.

La saluto molto cordialmente le chiedo se posso mettere sul sito della Scuola di Verona la sua risposta…considero questo scambio utile per tutti e motivo di riflessione sui compiti che non possiamo eludere…tuttavia non lo considerasse opportuno, d’accordo.

A presto,

Raffaella Pomposelli

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Gentile dottoressa Pomposelli,
certamente nessun problema alla divulgazione della mia risposta…tra l’altro constato con piacere come il nostro modo di considerare il problema,anche se con punti di vista diversificati, sia in gran parte coincidente. E’ tutto vero quello che lei dice e io più volte mi sono chiesto: ma se decidessimo tutti insieme di infischiarcene di questa ossessione della validazione da parte della medicina ufficiale? Se ci mettessimo noi dall’altra parte della scrivania? Recentemente al Congresso della Società Malattie Respiratorie Infantili ho condiviso con Daniele Radzich, collega veneto EBMconvinto, una relazione sulla omeopatia nelle malattie allergiche e, nella mia parte di relazione, provocatoriamente ho simulato una situazione clinica in cui la medicina ufficiale fosse costretta a utilizzare i propri farmaci secondo le regole del Modello Reattivo. Potrebbe sembrare banale, ma ,secondo me, ci sono spunti molto interessanti. E’ vero, si potrebbe decidere di abbattere la dicotomia validità interna/esterna e esportare all’esterno il modello interno convinti della sua forza, ma per farlo, a mio parere, bisogna provvedere in via preliminare ed esaustiva a, come lei scrive, “riflettere, scrivere e sancire”. Anche perchè un concetto, secondo me fondamentale, è rappresentato dal fatto che la dimostrazione di efficacia di una terapia, o di un farmaco, ha comunque riferimenti al suo meccanismo d’azione e se la dimostrazione da risultati negativi si mette in discussione il meccanismo d’azione. Nella medicina convenzionale ogni farmaco ha il suo meccanismo d’azione, in omeopatia il meccanismo d’azione è unico: così il modello EBM nella ricerca ci sta incastrando. D’altronde ho spesso riflettuto sul fatto che se un medico convenzionale sbaglia viene criticato il suo operato ma certo non la medicina che rappresenta, se sbaglia un omeopata è l’omeopatia che va alla gogna.
La saluto cordialmente
Francesco Macrì

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