Intervista al dr. Jan Scholten

A cura di Federico Allegri (direttore della Scuola di Medicina Omeopatica di Verona) e Giuseppe Spinelli (direttore commerciale della Cemon), con il contributo di Roberto Petrucci.


INTRODUZIONE
Conosco Jan da molti anni e ho condiviso con lui la formazione classica con Alfons Geukens. Dopo molti anni di lavoro ha iniziato a studiare l’omeopatia da una diversa prospettiva cercando di ordinare e organizzare le informazioni classiche in un modo differente. Iniziando dal regno minerale ha dato nuove ed interessanti idee, a partire da anioni e cationi per poi andare più in profondità con la tavola periodica, in modo da essere in grado di guardare i nostri rimedi con occhi diversi. Dopo questo primo lavoro, Jan ci ha dato molte informazioni su un mondo completamente sconosciuto, i Lantanidi, aprendo una nuova finestra sul panorama omeopatico. Il suo nuovo lavoro riguarda il “regno vegetale”, dove ha cercato di sistematizzare il gruppo di rimedi omeopatici più grosso e più complicato. Ho iniziato a leggere il suo nuovo libro e sono rimasto impressionato dalla enorme quantità di informazioni sui rimedi sconosciuti. Non credo che si debba sempre prescrivere rimedi sconosciuti o particolarmente piccoli; penso che dovremmo prescrivere il miglior rimedio per ogni paziente, a volte è un grande rimedio a volte è uno più piccolo. Non credo che abbiamo bisogno di pregiudizi sui rimedi; il rimedio giusto è sempre il benvenuto, grande o piccolo che sia. Abbiamo bisogno di strategie per trovare il rimedio giusto in base alle informazioni che siamo in grado di cogliere da ogni paziente e abbiamo bisogno di tradurre i sintomi dei nostri pazienti nel linguaggio omeopatico. Troppo spesso tralasciamo i sintomi perché non siamo in grado di usarli, soprattutto a livello mentale, quindi ogni nuovo approccio potrebbe darci strumenti preziosi per raggiungere il nostro obiettivo. Allo stesso tempo è importante non accettare tutto senza alcun controllo; abbiamo bisogno di sperimentare le nuove informazioni in modo da lavorare con gli strumenti più affidabili. Credo fermamente che Jan ci darà molti buoni consigli per quanto riguarda il regno vegetale, al fine da avere un modo più preciso per trovare nuovi rimedi che potrebbero chiarire alcuni casi in cui abbiamo fatto prescrizioni soltanto parziali. Non vedo l’ora di vedere il suo prossimo seminario a Verona e spero che tutta la comunità omeopatica italiana possa trarre beneficio dalla sua conoscenza e dal suo entusiasmo.
(Roberto Petrucci)

INTERVISTA

dr. Jan Sholten

dr. Jan Scholten

“Ci puoi illustrare la storia di questa opera, da dove è partita la ricerca, da cosa è stata motivata, quanto tempo e quanto studio ha comportato?”

“Studio il regno vegetale già da venti anni sempre cercando, come nel caso del regno minerale, di trovare similitudini e differenze. Il mio primo seminario sulle piante risale al 1996 e riguardava le Asteracee. Si è trattato di un processo graduale e costante di studio e di comprensione sempre maggiore delle caratteristiche di questa famiglia di piante. Ovviamente nel 1996 avevo già un’idea dei temi generali delle Asteracee, ma studiandole ho gradualmente compreso che quelle che descrivevo erano anche le caratteristiche dei Lantanidi. Per esempio, all’epoca già mi rendevo conto che presentavano
un’avversione a rivolgersi al medico, che volevano fare da sole e questo è un sintomo tipico dei Lantanidi, ma non lo sapevo nel 1996. Me ne sono reso conto successivamente, più o meno nel 2003, occupandomi di loro. Quindi, tornando alla domanda, non si tratta di un progetto a se stante, ma di un continuum, di un processo dinamico di ricerca e comprensione, soprattutto per trovare le risposte per quei pazienti che non rispondono ai rimedi conosciuti. D’altronde è sempre questo a spingermi ad andare avanti nelle mie ricerche: se la Legge dei Simili è esatta, dovrebbe essere possibile guarire tutti. Se non ci riusciamo significa o che la Legge è inesatta, e allora saremmo davvero nei guai, oppure che dobbiamo capire perché funziona in alcuni casi e non in altri. La soluzione più ovvia per questo dilemma è che siccome sono tanti i rimedi che non conosciamo, è logico supporre che la Legge dei Simili sia esatta e che siamo noi a non conoscere tutti i “simili”. In effetti, sono talmente tanti i rimedi che non conosciamo che penso che questa sia davvero la soluzione più ovvia. E quindi, nei casi in cui i rimedi conosciuti non funzionano, io vado alla ricerca, e lo faccio da sempre, di rimedi che non conosciamo”.

“Come sistema tassonomico hai scelto il sistema APG III, il più utilizzato a livello scientifico. Come è avvenuto il passaggio alla classificazione omeopatica? Che correttivi hai dovuto usare, se ti è sembrato necessario adottare dei correttivi? O meglio: che ruolo hanno avuto criteri più strettamente omeopatici, come quelli clinici?”

“Sostanzialmente si tratta della stessa classificazione; sono partito da lì. A mio avviso, come per il regno minerale, la migliore classificazione è quella che funziona a tutti i livelli, chimici, fisici, medici, umani, … Il miglior ordinamento è sempre un riflesso dell’essenza delle sostanze. All’inizio, nel caso del regno minerale, quando Mendeleyev la propose, lui non sapeva spiegarsi perché i metalli fossero posizionati in un determinato modo. Ci furono molti dubbi ed obiezioni e c’è voluto più di un secolo perché si capisse che alla base c’è il numero atomico. Da allora non v’è più alcun dubbio sulla fondatezza della Tavola. Nel regno vegetale non c’è ancora una conclusione definitiva. La ricerca è in fieri e lo vediamo plasticamente nella classificazione APG, classificazione che è l’evoluzione delle precedenti, come per esempio il sistema Cronquist. Il bello è che il DNA conferma quello che era stato scoperto in passato, anche se vi sono cambiamenti significativi. La cosa interessante è verificare
dove si collocano tali differenze; questo è il mio punto di partenza. Ovviamente, mettendo insieme tutti i dettagli, talvolta ho sentito la necessità di allontanarmene. Per esempio, nella classificazione APG III le Asteracee sono incluse nelle Campanulales, ma le Asteracee hanno le qualità del Carbonio, mentre le Campanulacee hanno le qualità del Boro, quindi io le ho separate nuovamente. In pratica, questo è quello che ho dovuto fare: suddividere i gruppi, i cladi, così si chiamano, e talvolta fonderli. Non si tratta di una vera violazione della classificazione APG, perché dove porre i limiti, dove porre le linee di demarcazione, in alcuni casi è ancora una questione aperta, ma questo non è un problema importante. Una questione più seria è quella della monofilia: ogni clade, ogni gruppo, è monofiletico, cioè è costituito da un singolo antenato comune e da tutti i suoi discendenti, senza alcun estraneo. È una forma di pensiero evoluzionistico: il gruppo deve essere completo e non includere estranei. Comunque, quando si separa un gruppo, il problema non sussiste se gli elementi che separi sono tutti monofiletici o al contrario, se due gruppi sono molto vicini l’uno all’altro, allora si possono fondere, rimanendo monofiletici. È come guardare i rami di un albero. In altri casi, invece, ho dovuto apportare cambiamenti più radicali. Per esempio, ho spostato le Santalales tra le Malvoideae, mentre nell’ultima classificazione APG sono più vicine alle Asteraneae. Non è una cosa che io faccia con leggerezza, bisogna che vi siano argomentazioni davvero convincenti. Uno dei vari problemi è che, in omeopatia, non abbiamo molte informazioni sulle Santalales, piante per lo più parassite. Uno dei rimedi noti è Viscum album, ma ve ne sono anche altri, “piccoli” rimedi, o meglio poco conosciuti, perché non credo che esistano rimedi piccoli. Il posizionamento delle piante parassite è piuttosto complesso: c’è una ridotta espressione di tutto ciò che è una pianta, clorofilla, radici, ecc., e spesso anche il DNA è “ridotto” o carente. Per un botanico è difficile essere sicuri del loro posizionamento. Nel caso delle Santalales vediamo che nella classificazione APG, nell’evoluzione dalla prima versione fino alla III, la loro posizione cambia spesso. Io ho ritenuto che lo spostamento fosse necessario, il tempo dirà se ho ragione. Un altro caso di spostamento, stavolta non fatto da me ma dall’APG, che però va nel senso della mia concezione, è quello delle Caryophyllidae, Caryophillales. Nell’APG II, le Caryophillales erano ancora eudicotiledoni, come le rose, ma per come le ho studiate io, per esempio nella famiglia delle Cactacee ci sono spesso soggetti che fanno gli psicoterapeuti o gli omeopati, il che vuol dire che devono avere qualità dei Lantanidi, ma questo non si addice a un posizionamento vicino alle rose. Nell’APG III le Caryophillales sono state spostate verso le Asteraneae e questa posizione rientra perfettamente nel quadro che ne faccio io. Quindi, qualche volta gli spostamenti nella classificazione sono stati fatti nel senso che serviva a me e altre volte ho modificato io dei posizionamenti”.

“Porti molti casi a sostegno delle tue affermazioni. I criteri clinici ti hanno fatto modificare le classificazioni o non hanno inciso? Quali risultati clinici ti hanno dato queste ricerche?”

“I criteri clinici sono stati molto importanti e i risultati della ricerca a questo livello hanno modificato il mio modo di operare, perché ho potuto dare rimedi a pazienti per i quali prima non avrei mai potuto prescrivere nulla. Se guardi l’ultimo numero di Interhomeopathy sono riportati dei casi clinici, alcuni sono miei; c’è anche un articolo su Spectrum con ulteriori casi e ne sto pubblicando altri. Ho anche avviato il mio nuovo sito web, www.qjure.com che vuole diventare una vera e propria enciclopedia per l’omeopatia, in cui sono centrali le classificazioni di minerali e piante e in futuro di animali e batteri. Tornando a noi, si tratta di un processo continuo. Ci sono tante cose che ancora non conosciamo in omeopatia e dobbiamo cercare di verificare se le scelte sono realmente esatte, perché le questioni aperte sono ancora numerose. Anche sui rimedi suddivisi per stadi: non sono del tutto confermati, mancano dei dati. Si tratta di un processo continuo di miglioramento del sistema, però, come nel caso dell’esempio che ti facevo, in cui ho separato le Asteraceae dalle Campanulales, l’ho fatto proprio sulla base delle informazioni omeopatiche e non di quelle botaniche. E’ capitato anche con le Araliales e le Apiales: le ho separate perché le Araliales hanno qualità dell’Azoto, cioè fase 5, mentre le Apiales hanno qualità di fase 7 e non avrei potuto farlo senza partire dalle informazioni omeopatiche. E’ stato possibile facendo convergere i dati omeopatici nella classificazione APG”.

“Quale pensi possa essere la causa del fatto che nella nostra farmacopea e letteratura, piante importanti per la storia umana come ad es. le Graminaceae, le Fabacee o le Labiate, siano così scarsamente rappresentate ed utilizzate in ambito omeopatico?”

“E’ una bella domanda. Non so perché … forse perché gli omeopati, finora, non hanno avuto interesse a conoscerle. Davvero non saprei. Non saprei dire perché Hahnemann scelse Lycopodium o Mercurio e non Calendula. Bisogna riconoscere che molte di queste piante crescono nelle zone tropicali e all’epoca non si conoscevano, o comunque non erano facilmente reperibili. All’epoca l’omeopatia era, si può dire, un progetto europeo. Comunque anche piante come le Fabacee o le Labiacee, che crescevano in queste zone, sono scarsamente rappresentate. Certo avevamo qualche idea, come Teucrium, efficace per i polipi nasali, ma con un approccio eminentemente clinico. Se consideriamo l’omeopatia ai suoi esordi, vediamo che era molto più clinica di quanto non lo sia ora. Questa evoluzione è dovuta al fatto che ora cerchiamo di arrivare all’essenza dei rimedi, di delinearne aspetti che all’inizio non si cercavano. Diciamo che ce ne occupiamo a questo livello solo da una ventina d’anni”.

“Sembra che nel Regno Vegetale tu sottenda la presenza delle stesse leggi e degli stessi principi universali riscontrati nel tuo precedente lavoro sulla Tavola Periodica degli Elementi. Ma avendo a che fare con un sistema estremamente più articolato, complesso ed evoluto, come è possibile riproporre il modello? Che aggiustamenti e che strumenti hai dovuto applicare per non appiattire questa complessità?”

“Non ci sono stati cambiamenti significativi nella concezione delle serie e degli stadi. Certo ci sono delle piccole differenze, dei sintomi che si ritrovano in una serie o in uno stadio diversi, ma i temi di base non cambiano”.

“Quindi hai applicato le 7 Serie, i 18 Stadi e le Fasi?”

“Si, ho applicato lo stesso sistema al regno vegetale quando ho cominciato a riscontrare le similitudini. Una volta che, compresi i Lantanidi, ho potuto coglierne le qualità nelle Asteraceae, che avevano anche qualità del Carbonio, e poi ebbi dei casi di Campanulaceae, in cui colsi le proprietà dei Lantanidi ma anche quelle del Boro, poi un caso di Araliaceae, Aralia racemosa, che ha caratteristiche dell’Azoto oltre a quelle dei Lantanidi. Per cui cominciai a pensare che gli stessi temi, gli stessi concetti che valevano per il regno minerale si potevano applicare al regno vegetale. All’inizio fu un po’ strano, ma dopo averci riflettuto sono giunto alla conclusione che le Serie e gli Stadi sono un archetipo posto sullo sfondo della creazione. Potremmo definirlo come un pattern, un modello, un motivo ricorrente della creazione, che esiste prima e al di là dei minerali e che, pertanto, non si limita ad essi, è più universale. Penso si possa applicare anche agli animali o ai batteri”.

“Pensi si possa parlare di una Tavola Periodica dei Vegetali?”

“Non la chiamerei Tavola Periodica, potrebbe generare confusione, ma possiamo chiamarla classificazione.”

“Ci puoi fare un breve accenno a quella che definisci Plant Theory?”

“La teoria delle piante, in sostanza, è la classificazione del regno vegetale, con relative serie, stadi e fasi. E’ il posizionamento di ogni pianta in quella classificazione in modo che la si possa individuare anche solo sulla base della classificazione stessa, proprio come è possibile nel regno minerale. In pratica, almeno per come la vedo io, si va all’essenza del caso, si vede quali sono gli elementi presenti in esso, come si combinano, e poi è possibile analizzare e comprendere di che pianta si tratta”.

“Le tue ricerche oltrepassano il modo tradizionale di procedere e indagare propri al mondo omeopatico. Che limiti trovi in esso? Come vedi la possibile evoluzione del sapere omeopatico? A che modelli di ricerca e interpretazione bisognerebbe rifarsi?”

“Ci sono molti modi di fare ricerca, anche fare un proving, una sperimentazione, significa fare ricerca. Anche uno studio in doppio cieco sulla febbre da fieno con un certo rimedio è un tipo di ricerca. Se ci si pensa, l’idea alla base degli studi in doppio cieco è quella della scatola nera. C’è un sintomo, c’è una terapia, la si applica e si verifica cosa ne viene fuori, senza necessariamente comprendere cosa accade. Ciò rende molto frammentaria la conoscenza generata in questo modo. E’ un insieme d’informazioni slegate, un po’ come la Materia Medica del passato, un elenco di sintomi. Non si produce una vera comprensione. Il modo di fare ricerca che io preferisco, senza con questo negare la legittimità degli altri approcci, mira ad andare all’essenza del rimedio, cercando di vederla e trovarla nel paziente così da applicare il rimedio direttamente. Si ha così una conferma diretta che il nostro ragionamento, la nostra conoscenza siano fondati. E’ chiaro che c’è tutta una serie di problemi in questa procedura, perché quando si va all’essenza bisogna andare alla mente. Molti scienziati, oggi, non considerano la mente affidabile: se vogliono conoscere un’emozione cercano di mettere a punto un test statistico o fanno un imaging cerebrale. Io penso che invece, in primis, bisogna chiedere al paziente cosa percepisce. Può sembrare inaffidabile, ma se guardiamo le mie ricerche ci si rende conto che è importante. Anche se il paziente spesso non riesce a esprimere completamente quello che è il suo problema, perché c’è sempre qualcosa che non si riesce a vedere, è comunque quasi sempre in grado di dire abbastanza chiaramente cosa gli accade, cosa lo affligge. E il fatto che si possa fare una prescrizione sulla base di quello che dice è una conferma della teoria. Per esempio, una settimana fa ho prescritto Chromium oxidatum, un rimedio che non ha proving, un rimedio che non si potrebbe prescrivere alla vecchia maniera. Non so se questo rimedio sia prescritto molto spesso, ma comunque, come in questo caso, con una prescrizione puntuale, decisa sul momento, si possono ottenere ottimi risultati. Per questo tipo di ricerca si potrebbe usare l’analisi statistica: elabori una teoria, un’idea, fai un test, ne basta uno, come nel caso di un singolo paziente e se funziona hai la conferma della tua teoria. In fondo questo è anche il modo in cui ragioniamo noi esseri umani. Se la volta successiva hai un’altra conferma e poi ancora una terza, ecc, il valore della tua teoria aumenta progressivamente. Ovviamente devi fare queste esperienze per avere la sensazione che la teoria funzioni”

“Hai altri progetti su altri Regni per il futuro, es. Animali, Funghi, ecc.?”

“Chissà…”

“Per terminare l’intervista proiettiamoci al seminario di novembre a Verona. Quali saranno i main topics che tratterai? Ti servirai di casi clinici in video come strumento didattico, come hai fatto nel seminario del 2007 a Porretta Terme?”

“Si, il sistema sarà lo stesso: partiremo dai video, li discuteremo, ne valuteremo gli elementi e vedremo come rientrano nella teoria e nella classificazione delle piante, per risalire al rimedio. Sarà un seminario molto pratico e concreto.”

“Per l’ultima domanda qualcosa di più personale: cosa ti piace di più dell’Italia (non è prevista la risposta “il cibo”)?”

“L’Italia è un bellissimo paese, con una natura splendida, città magnifiche, gente simpatica…”

“Sei già stato a Verona?”

“No, non ancora.”

“Ti piacerà, una magnifica città d’arte…”

“Non sono mai stato a Verona, ho visitato Milano, Firenze, Bologna ma non ancora Verona, non vedo l’ora.”

Mentre stavamo curando la trascrizione dell’intervista è giunta la notizia che il 25 aprile (data significativa nel nostro paese), Jan Scholten è stato insignito dell’alta onorificenza di “Knight in the Dutch Order of Orange Nassau” (Cavaliere dell’Ordine Olandese di Orange Nassau) per i servizi resi al suo paese come medico omeopata e come insegnante di omeopatia. Ci complimentiamo con lui per il premio ricevuto, che oltre a aumentare, se ce ne fosse ancora bisogno, il suo prestigio in campo omeopatico, è soprattutto una meravigliosa pubblicità per tutto il nostro movimento.
Grazie Jan.